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Irriflessioni


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16.5.06

La fame rende liberi? Antisemitismo o antisionismo?



Traduco per favorire la comprensione di chi ha accusato Apicella e Sansonetti di antisemitismo:


Com'è possibile che voi, vittime di quello che è stato il più grande genocidio a memoria d'uomo, siate indifferenti al dramma del popolo palestinese?
La vostra tragica esperienza dovrebbe spingervi ad affrontare questo annoso problema senza muri, razzi, fili spinati.
Qual è stato l'insegnamento ricevuto dalla Shoah?



Questa vignetta è filopalestinese, antisionista, ma NON ANTISEMITA.
Chi è ostile agli ebrei è antisemita.
Chi disapprova la politica israeliana ( e il taglio di fondi dell'UE), certamente no.
E' imbarazzante la miopia di chi, nelle comunità ebraiche, identifica la critica con l'ostilità, la perplessità con l'attacco, il dissenso con l'avversione.
Un'ostinata difficoltà d'intendimento non priva di velleità strumentalizzatrici.

Il Presidente della Camera ha dichiarato:
penso che in tempi difficili come quelli che viviamo per la convivenza tra le diverse culture e religioni, siano da evitare tutte le manifestazioni, comprese quelle satiriche, che vengono vissute come offensive dalle comunità cui si riferiscono.

Giusto non lesinare alcun mezzo pur di favorire la stima e il rispetto reciproci, ma l'errore (voluto) sta lì, davanti ai nostri occhi: non si può accostare la satira a qualsiasi altra manifestazione di pensiero. Non si può - per esempio - equiparare la t shirt di Calderoli alle vignette dello Jyllands Posten.
La prima è espressione del pensiero di un individuo, la seconda rientra in quel tipo di produzione artistico-letteraria che merita appunto la definizione di satira: genere caratterizzato dall'attenzione critica alla vita sociale, con l'intento di evidenziarne gli aspetti paradossali e schernirne le assurdità e contraddizioni etiche.

In tre mesi e mezzo non ho cambiato idea: la libertà d'espressione di un vignettista o di un autore satirico non ostacolano il dialogo, non pregiudicano né la possibilità di una soluzione alla questione palestinese né il rapporto con le comunità ebraiche. Sono intoccabili.

E' quasi inconcepibile per noi esseri umani, per il nostro ego collettivo che si nutre di fierezza nazionale, culturale, sociale e religiosa, accettare di essere osservatori e osservati, carnefici e vittime, di ridere ed esser derisi, ma la satira è uno dei mezzi che ci consente di passare, sia pure per un istante, dall'altra parte, di vederci con occhi diversi. Di rifletterci in uno specchio deformante che ingigantisce i nostri difetti e sminuisce i nostri punti di forza.
Osteggiare, impedire la satira significa attribuire a quello specchio un potere ben più terribile, che non le compete: quello di restituirci fedelmente la nostra immagine, di rifletterla in modo esatto. Col rischio di non volercisi guardare più per differire l'incontro con la parte non risolta di noi stessi: quella peggiore.

Undine :: 11:19 AM :: Permalink

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